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notizia inserita il 31/03/2014
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L’Italia non è la Grecia ma la Sicilia, sì. Ecco le prove
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di enzo coniglio
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L’Atlante dell’infanzia di Save the Children segnala che  i bambini siciliani sono i più poveri d’Italia: 1 su 5 è a disagio economico. Nel 2013, 547 mila famiglie vivevano in una situazione di “povertà relativa”, cioè con un reddito pari al 27,3 per cento della popolazione, insufficiente a garantire una vita dignitosa. Le famiglie in condizioni di povertà assoluta erano 180 mila, nella sola Palermo sono registrati 100.000 indigenti.

Il rapporto di Bankitalia ci riferisce che nel  2012 si sono persi  in Sicilia 38.000 posti di lavoro,  la disoccupazione in tutte le fasce di età ha raggiunto il 20%; quella giovanile tra i 15 e i 24 anni, il 51,3%  e i finanziamenti delle banche si sono ulteriormente ridotti dello 0,8%.
Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti in Sicilia sono tra i più bassi d’Italia,  €1.159 rispetto ai 1.259 della media italiana, ed una moltitudine di siciliani vive con una pensione di 550 Euro. Gli ammortizzatori sociali nel 2012 sono raddoppiati al 37,8% rispetto al 18,5% del 2011. ed è  ripresa l’emigrazione dei giovani più capaci e preparati verso il nord e soprattutto verso l’estero. Migliaia di ragazzi, laureati e non, lasciano l’Isola petr trovare lavoro. Ovunque.
Tra il 2007 ed il 2012 ben 15 mila imprese fino a 50 dipendenti hanno chiuso i battenti, oltre a 28.000 aziende agricole. 5.000 imprese sono a rischio.

Poiché la fonte maggiore del reddito siciliano è ancora oggi costituita dal terziario, dai salari e dalle pensioni erogati dalla pubblica amministrazione in tutte le sue componenti, e una larga parte delle imprese opera nel settore pubblico, la mancanza di risorse regionali fa sprofondare la Sicilia nell’indigenza greca.

Se la Sicilia non cresce ma retrocede vistosamente, se le aziende chiudono, se i salari sono così bassi e  la povertà relativa e assoluta cresce vertiginosamente, come potrà la Regione Siciliana far quadrare il proprio bilancio?
Anche se volesse, difficilmente lo potrebbe a meno di chiedere ulteriori sacrifici ai Siciliani già tartassati e costretti a rinunciare a servizi sociali sempre più poveri. Se la Sicilia non vive ancora le condizioni tragiche della Grecia, lo si deve innanzitutto alle risorse dei nonni e dei genitori che stanno prosciugando i loro risparmi. Ma cosa succederà nel 2015 quando questi risparmi saranno finiti?
La dura presa di posizione della rivista Lancet sulle conseguenze criminose del piano di austerità relativo alla Grecia, deciso dalla troika finanziaria (Fmi, Bce e Ue)  e non corretto neppure quando è stato denunciato dalle stesse ricerche ordinate dal Fondo Montario Internazionale (FMI) per appurarne le conseguenze, ha convinto il Parlamento europeo a sollecitare due ricerche indipendenti affidate al grupo del Partito Popolare Europeo (PPE) e al Gruppo socialista: ambedue completate, votate e approvate in sessione plenaria con un giudizio di condanna: la politica di rigore della troika può essere considerata  macelleria sociale e pertanto il suo ruolo va radicalmente mutato.  Si veda a proposito l’articolo pubblicato su questo giornale il 14 marzo con il titolo: “Il Parlamento europeo condanna la troika”.

I danni arrecati anche all’Italia dalla politica di austerità, sono talmente gravi che da più parti si inizia a parlare di responsabilità penali da sottoporre alla Corte di giustizia; ma aldilà delle condanne formali, appare ormai evidente in larghi strati della opinione pubblica europea, la volontà di abbandonare l’Unione e l’euro associato a tale disastro, come dimostra in maniera esemplare il recente risultato elettorale in Francia che assegna la vittoria a Marine Le Pen.

Alla centralità dell’uomo è stata sostituita la centralità del denaro a vantaggio di una casta limitata e ben individuata.

E tutto questo come si ripercuote nel nostro Paese? In un duplice modo. Da una parte, la consapevolezza che l’Italia è troppo grande e importante per poter fallire: la stessa consapevolezza espressa da chi dichiara che le grandi banche – che con appena il 3% hanno un giro d’affari più grande del loro Paese di riferimento – non possano  fallire. Dall’altra, la consapevolezza degli sforzi che l’Italia sta effettivamente compiendo per ridurre il debito e uscire dalla crisi. Matteo Renzi non ha alcuna voglia di obbedire ai burocrati della FMI, della Bce e della Commissione Ue. Un altolà destinato a rafforzarsi dopo l’incontro di Barack Obama con Matteo Renzi alla vigilia del semestre europeo a Presidenza italiana

Il debito italiano è certamente elevato ma esistono ancora dei modesti margini operativi congiunti – italiani ed europei – per tenerlo sotto controllo, anche se con molti sacrifici ma non tali da arrivare al livello della Grecia. Il problema invece è molto diverso, complesso ed estremamente preoccupante se si prende in esame la Sicilia all’interno dello scacchiere italiano ed europeo.  Non si vuole creare allarmismi ma occorre prendere atto dei fondamentali economici: la Sicilia è destinata a diventare una nuova Grecia se non si interviene con determinazione e in tempi rapidissimi.Senza interventi straordinari la Sicilia non sarà in grado di uscire dalla voragine in cui è precipitata.
Gli elementi di debolezza sono stati elencati lucidamente sia nelle relazioni degli assessori all’economia che si sono succeduti negli ultimi anni, e della Corte dei Conti. Ma ogni giorno sono le enormi difficoltà economiche in cui si dibattono le istituzioni pubbliche, dai comuni alla Regione, a ricordarlo.
La radice del fallimento della Sicilia viene da lontano, già dal dopoguerra, allorché si decise di concentrare tutti gli investimenti produttivi al nord e di utilizzare la Sicilia come sacca di mano d’opera di basso prezzo da stimolare di fatto l’emigrazione al nord di manodopera ed una eccellente classe di laureati. Negli anni sessanta al Sud sono state create le grandi “cattedrali nel deserto”, capital intensive e altamente inquinanti e comunque controllate nella stragrande maggioranza dei casi, dal management del nord e multinazionali estere pronti ad incassare i finanziamenti pubblici e a smantellare l’impresa ai  primi segni di crisi.

Svuotata della sua migliore gioventù, priva di un tessuto e di una cultura aziendale e gestionale, di un indotto e soprattutto dell’indispensabile rete infrastrutturale, la Sicilia è stata inondata da una enorme massa di capitali pubblici non finalizzati ad un piano di sviluppo organico e coerente. Tali “aiuti” hanno  falsato ulteriormente le regole dello sviluppo sostenibile, drogato il mercato con incentivi “clientelari”,  e favorito le mafie e i malandrini, che hanno fatto della corruzione la leva di controllo sociale ed economico.
Poiché  l’80% del reddito è legato alle fonti pubbliche potremmo attenderci un ulteriore peggioramento dei redditi in seguito alla necessità – dello Stato e della Regione – di ridurre i costi di gestione, gli investimenti, i dipendenti pubblici e.
Sviluppo vuol dire reddito e reddito vuol dire investimenti e investimenti vuol dire competitività e profitto. Ma come si fa a creare un processo virtuoso nelle condizioni sopra ricordate? E’ evidente che, rebus sic stantibus, non ci saranno nuovi investimenti ma, al contrario, si è condannati ad assistere alla desertificazione del modesto tessuto industriale esistente in Sicilia. La provincia di Siracusa nel 2012 ha registrato il maggiore incremento delle esportazioni tra le altre aree del nostro Pese: il 23%, più del doppio di quello della Lombardia. Ma la quota di ricchezza destinata alla Regione è  quasi nulla.  La Erg di Garrone, ad esempio,   ha venduto le raffinerie e la rete di distribuzione alla multinazionale russa Lukoil, ai siciliani è rimasto l’inquinamento .

La  Sicilia ha la più imponente rete sottomarina di cavi per telecomunicazioni (e spionaggio); ma qual è l’utile che ne ricava? Nessuno. La Sicilia rappresenta la più poderosa piattaforma per la difesa presente nel Mediterraneo affidata agli Americani e cosa ne ricava? ‘Nada de nada’  direbbero gli spagnoli, un ficosecco, gli italiani.
Il Presidente della piccola industria di confindustria Sicilia, Giorgio Cappello, ricorda il peggioramento vistoso del Pil siciliano mentre le imprese siciliane pagano un’IRAP più elevata del 25% rispetto ai “colleghi” milanesi; sostengono maggiori costi per l’energia e per le infrastrutture inefficienti e/o inesistenti; le linee ferroviarie sono del tutto obsolete e non esiste nessun porto capace di attrarre le 4000 navi che entrano ogni giorno nel Mediterraneo (ad eccezione del porto di Augusta in fase di potenziamento e riorganizzazione). Il commercio dei prodotti alimentari freschi subisce infine gli svantaggi di una politica aggressiva dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e dei prodotti tessili e manufatturieri made in China.
Se non succede niente nei prossimi giorni, saranno guai. Guai seri.

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