Quale fine avremmo fatto Professore?

di Paolo Manfredi

Dalle mie parti si dice: cchiù nnera da mezzanotte nun po' venì. (articolo inviatoci da Giuliana D'Olcese)

Si va diffondendo sempre di più l'opinione, a mio avviso errata, che un "demagogus ridens" abbia rovinato l'Italia e che adesso si debba correre ai ripari, magari con elezioni anticipate. Nulla di più falso. In realtà Costui non ha fatto granché per rovinare l'Italia, che era già messa male per conto suo con un debito pubblico titanico e con quella gestione delle risorse comuni, clientelare ed inefficiente, che diede luogo alla ventata giustizialista e moralizzatrice di mani pulite.
Semplicemente, la gestione della cosa pubblica durante questi ultimi anni non è stata l'oggetto principale dell'azione di governo o, almeno, non è stata l'oggetto esclusivo. La colpa più grande di questo governo è stata l'inazione, la mancanza di progetti, il cedimento ai ricatti degli alleati, il compromesso non finalizzato a un risultato ma solo teso a preservare il potere. Un nulla evidenziato, per contrasto, da una inusitata vanteria e da demagogici proclami: milioni di posti di lavoro, opere faraoniche, ponti, energia ecc.
Certamente l'inazione è un male gravissimo quando si governano i destini di 57 e passa milioni di abitanti. Sicuramente, questo governo è colpevole di omissione più che per aver agito male, perché l'unica cosa che sembra aver fatto è il bene di una ristrettissima cerchia di persone e di imprese, Mediaset in primis. Ma questo non basta ad accusare l'homo ridens dei mali d'Italia e della situazione obiettivamente drammatica in cui il nostro Paese versa. Prima del nulla, invece, c'è stata la spartizione partitocratrica, il depauperamento sistematico della cosa pubblica a vantaggio di politici, associazioni sindacali, imprese politicamente connotate: giusto per fare alcuni esempi la Parmalat era "democristiana" (una sede molto importante è a Nusco), Capitalia pure, anche se con qualche apertura di credito ecumenica nei confronti degli amici che la pensavano diversamente; la Fiat anche era governativa ed ecumenica, le Cooperative invece erano in prevalenza rosse (cosa se ne fregheranno oggi i consumatori se il prodotto viene da destra o da sinistra?). E poi c'era l'IRI, onore e vanto dell'industria nazionale con tante realtà produttive di eccellenza che qualcuno ha inteso svendere, senza piani industriali, solo per far cassa (Prodi era llievo di Andreatta? Mah..), col risultato che mentre Francia e Germania sono impegnati in progetti di grande respiro come in AIRBUS, nell'industria meccanica, nell'energia ecc., l'Italia ha completamente dismesso i panni del produttore pur avendone le capacità tecnologiche e la tradizione industriale. E' forse utile ricordare che a quei tempi Prodi era il presidente dell'IRI ed era lì per volontà di quelli che hanno portato l'economia italiana al dissesto in cui si trova ora (negli ultimi decenni s'intende, nel dopoguerra non so, non ero ancora nato). Ora non mi sento affatto rassicurato dal ritorno di quella faccia paciosa e sorniona di chi sa il fatto suo, da chi spaccia l'entrata nell'Euro come una grande conquista, perché se a quest'ora non fossimo entrati chissà quale fine avremmo fatto.
Quale fine avremmo fatto Professore? Dalle mie parti si dice: cchiù nnera da mezzanotte nun po' venì,. |