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cultura
notizia inserita il 09/04/2005
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Cefalonia
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di Leo valeriano
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Nuova fiction storica per Raiuno.
La tragedia di Cefalonia ha fatto discutere molto e farà discutere ancora.

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La retorica ufficiale considera il sacrificio della divisione Acqui un episodio glorioso, Sergio Romano l’ha invece definito una «pagina nera della storia militare italiana». La vicenda è nota: nelle isole greche di Cefalonia e Corfù la divisione Acqui, dopo l'8 settembre 1943, rifiutò di consegnare le armi e cercò di trattare un onorevole ritorno in patria.

Tuttavia, in seguito ad episodi incresciosi, venne aggredita e sopraffatta. Circa duecento ufficiali e quattromila soldati perirono nella strage. Qualcuno ha voluto parlare di resistenza. Ma è piuttosto difficile immaginare una cosa del genere nel caso di nostri militari che si erano trovati dopo l’armistizio su un’isola, insieme agli ex alleati tedeschi con i quali aveva fraternizzato fino a poche ore prima.

A comandare la zona, per gli italiani, era il generale Antonio Gandin. Non avendo il governo Badoglio, dichiarato guerra alla Germania, i tedeschi chiesero il disarmo delle truppe italiane a Cefalonia e Corfù. Attenendosi all'ambigua prima direttiva di Badoglio, il generale rifiutò. Poche ore dopo, arrivò un'altra direttiva che incitava i reparti italiani : "a resistere!!" ("N.1029/Comando Supremo. Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole alt Firmato. Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore").

Resistere: pur sapendo che non avrebbero potuto mandare a Gandin alcun aiuto, e che i numerosi aerei e tedeschi nella zona avrebbero ben presto avuto ragione del presidio italiano. Badoglio e C. sapevano che se gli italiani resistevano, nella situazione giuridica in cui si trovavano su quell'isola (ribelli a un esercito alleato) erano passibili di fucilazione, ma ciò non impedì di inviare il cinico ordine di "resistere" all'ex alleato diventato all'improvviso nemico. Oltretutto un nemico non dichiarato. "Impossibilità invio aiuti richiesti alt Infliggete nemico più gravi perdite possibili alt Ogni vostro sacrificio sarà ricompensato alt Ambrosio".

Gandin, era, come è stato affermato da più parti un galantuomo, molto ligio al dovere, ma l'indecisione iniziale gli costò molto cara. Nella Marina, a onor del vero, un tentativo di soccorso fu fatto dall'ammiraglio Galati che, impressionato dai drammatici appelli, propose al ministro De Courten di agire ad insaputa degli Inglesi e, ottenuta l'autorizzazione, partì da Brindisi alla volta di Cefalonia, al comando di due torpediniere cariche di viveri, medicinali e munizioni. Dopo poco, però, lo raggiunse un radiogramma che gli ingiunse di rientrare alla base immediatamente: L'Alto Commissario Alleato, il generale inglese Mac Farlane aveva chiesto il rientro. Ma cosa era accaduto?

Il 12 settembre i tedeschi si erano impadroniti di alcune batterie italiane. Ma Gandin ordinò di non reagire. All’indomani i nazisti tentarono di sbarcare uomini e mezzi sull’isola, ma vennero presi di mira dall’artiglieria della Acqui senza l’autorizzazione, come si vede anche nella fiction di Raiuno, del comando. Ciò nonostante, lo stesso giorno, il comandante italiano raggiunse un accordo che comportava la cessione delle armi pesanti. Siamo giunti al momento cruciale quello che nel filmato è stato mostrato come un esempio di democrazia. Nella notte fra il 13 e il 14 si sarebbe tenuta la famosa votazione, da parte dei reparti, sull’atteggiamento da tenere. Ma si può pensare che un generale chieda ai propri soldati quale debba essere la linea da seguire, creando in questa maniera una specie di soviet militare?

Difficile da credere. Comunque, anche da quello che mostra la fiction di Raiuno, si comprende benissimo che i soldati vennero, in qualche modo, istigati a prendere le armi contro i tedeschi, da alcuni ufficiali. A questo proposito ci è utile quanto afferma l’avv. Massimo Filippini, orfano del magg. Federico Filippini fucilato il 25.9.43 e autore del volume La tragedia di Cefalonia oltre che del sito www.cefalonia. it (che vi invitiamo a visitare) che afferma: Non è più un mistero che a Cefalonia, nei giorni dall'8 al 15 settembre '43, si verificarono incredibili atti di sedizione configuranti non solo illeciti disciplinari ma anche e soprattutto reati previsti e puniti dal codice penale militare, ad opera di alcuni ufficiali subalterni - tenenti o capitani - i quali aizzarono i soldati dipendenti, quasi tutti dell'artiglieria, contro il Comando di Divisione accusato di essere, in qualche modo, complice dei tedeschi per il solo fatto di trattare la cessione delle armi con essi, in ottemperanza agli ordini ricevuti dal Comando di Armata di Atene.

Nella pubblicazione dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dal titolo "Cefalonia", del 1945, si legge -in proposito- a pag.3: "Nell'isola di Cefalonia avvennero soprattutto due fatti che il popolo italiano ha il dovere di conoscere in tutta la loro verità. Il primo: l'intimo dramma del generale italiano comandante delle truppe italiane nell'isola.

Il secondo: per sette giorni, parte delle truppe dell'isola sono in rivolta contro il proprio generale" all'iniziativa "autonoma" di alcuni ufficiali che, il mattino del 13 settembre, ordinarono autonomamente l'apertura del fuoco alle batterie da loro comandate, contro due motozattere tedesche che stavano per attraccare nel porto di Argostoli.

Esso rappresentò la punta dell'iceberg nella rivolta contro il generale Gandin da parte di alcuni ufficiali inferiori, tenenti o capitani che, ergendosi ad unici depositari dell'onore militare ed arrogandosi il diritto di sostituirsi ai propri superiori nelle funzioni decisionali e di comando, cercarono, con tale gesto, di dar luogo al "fatto compiuto" - come essi stessi lo definirono - atto a far fallire le trattative che il generale Gandin stava conducendo con i tedeschi.

Interessante resta Requisitoria del Pubblico Ministero Militare, depositata il 27 marzo 1957, ove, a pagina 60, si legge quanto segue: "Riferisce il teste capitano Postal: "A un certo momento dello stesso mattino del 13 ricevetti dal comandante del 33° reggimento col.Romagnoli l'ordine da trasmettere ai comandanti di batteria di cessare immediatamente il fuoco. Cercai di mettermi in contatto telefonico con la prima batteria, ma non ci riuscii per un guasto al telefono (così ritengo). Presi allora contatto telefonico col comandante della quinta batteria, ma il tenente Ambrosini, ricevuto l'ordine, mi rispose che non accettava ordini del Comando di Reggimento, ma solo del tenente Apollonio. Spedii allora un motociclista con un ordine scritto per il capitano Pampaloni, comandante della prima batteria. Poi il ten.col. Fioretti, Capo di Stato Maggiore della divisione, mi sollecitò per una pronta esecuzione, dal momento che le batterie sparavano ancora. Scesi allora nella via antistante il comando, dove era il pezzo della batteria di Apollonio. Ingiunsi ad Apollonio di cessare immediatamente il fuoco e di farlo cessare al tenente Ambrosini: l'Apollonio mi rispose che non avrebbe cessato il fuoco prima che i tedeschi lo avessero cessato a loro volta. Infatti le batterie semoventi tedesche avevano risposto al fuoco delle nostre batterie e continuavano a sparare. Io replicai ad Apollonio: i tedeschi hanno ordine di cessare il fuoco, quindi cessatelo voi, dal momento che siete stati i primi ad aprire il fuoco, e anche i tedeschi smetteranno di sparare. Apollonio cercò di resistere al mio ordine, quantunque gli facessi presente che veniva dal comando di Reggimento e dal comando di Divisione. Dopo che io gli feci presente che, se insisteva, sarebbe andato a finir male, finalmente s'indusse ad accettare l'ordine. Poco dopo arrivò sulla stessa via il capitano Pampaloni che protestò per l'ordine di cessare il fuoco (evidentemente il Pampaloni era stato informato dal motociclista inviato presso di lui). Io dissi al Pampaloni, il quale davanti ai soldati protestava ad alta voce -dicendo che si trattava di ordine assurdo- che tali discorsi non si dovevano fare davanti ai soldati e che solo davanti al Comando di Reggimento egli avrebbe potuto ottenere chiarimenti. Il Pampaloni mi rispose che non accettava ordini da me, al che io reagii un po' vivacemente. Ma alla fine il fuoco cessò".

Discutibile, se non altro, è la medaglia d'argento concessa all'allora capitano Pampaloni per essere stato, "il primo ad aprire il fuoco" sui tedeschi. Notare che Pampaloni, per sua ammissione, era di idee marxiste. Il fatto che i pochi soldati italiani dispersi si siano dati alla macchia, in seguito, ci appare logico. In quelle circostanze e nell’incertezza di quei momenti, salvare la vita era essenziale. Quindi, più che di resistenza, mi sembra che sia il caso di parlare di legittima sopravvivenza.

Ci sono, quindi, luci ed ombre su questa fiction di Raiuno. L’accento, del resto, è più focalizzato sulla vicenda amorosa del sergente italiano con la bella italo greca che sul contesto storico propriamente detto. Un’altra occasione mancata per fare completa luce su un buio avvenimento dell’ultima guerra mondiale.

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